mercoledì 6 gennaio 2016

Cristina Rava, “Cappon magro per il commissario” ed. 2008

           Casa Nostra. Qui Italia
            cento sfumature di giallo
             il libro dimenticato
            FRESCO DI LETTURA


Cristina Rava, “Cappon magro per il commissario”
Ed. Frilli, pagg. 268, Euro 11,50   


      Si diventa giallo-dipendenti: ecco un altro romanzo di Cristina Rava con il commissario Rebaudengo come protagonista. L’Ardelia che abbiamo conosciuto negli ultimi libri editi da Garzanti è una presenza collaterale in queste indagini precedenti, in “Cappon magro per il Commissario” è poco più che la compagna di Bartolomeo Rebaudengo, il medico legale che è anche un’ottima cuoca disposta a lavorare in cucina un’intera giornata per preparare il famoso piatto ligure, il Cappon magro, per l’appunto. E’ una sorta di prova d’amore per il suo uomo- è sempre stato così, secondo la tradizione, il piatto per accogliere i mariti marinai al loro rientro, che non ha niente a che fare con il cappone, non ci si lasci trarre in inganno dal nome.
    Perché mai Ardelia deve darsi da fare per dimostrare il suo amore per Bartolomeo? La vicenda privata del commissario è forse ancora più interessante della trama gialla che si riduce ad un mystery in piena regola su chi mai abbia ucciso la vecchia Ildebranda Peluffo soffocandola nel suo letto con un cuscino- l’aria serena dell’anziana signora e il perfetto ordine della stanza farebbero pensare ad una morte naturale, come sarebbe giusto per una persona di quell’età. E invece…Ildebranda Peluffo aveva una badante, un’ucraina di una quarantina d’anni, una bella donna dall’aspetto distinto (sapremo che ha una laurea in chimica e che aveva un lavoro qualificato in una fabbrica al suo paese) su cui si appuntano i sospetti, più per pregiudizio che per altro. Badante, ucraina, soldi (perché Ildebranda Peluffo era veramente molto ricca), sarebbe la soluzione più ovvia. Anche perché, o è stata lei, o è entrato qualcuno in casa: gli ha aperto la vecchia? Aveva un doppione delle chiavi? E l’allarme? E possibile che la badante Svitlana non abbia sentito nulla?

    All’enigma sull’identità dell’assassino si aggiunge presto un altro interrogativo di altro genere: cederà all’attrazione che prova verso gli occhi blu che lo hanno incantato, il nostro commissario piemontese tutto d’un pezzo?
Cristina Rava non scrive romanzetti rosa e quello che piace, in questa seconda trama strettamente intrecciata alla prima, è l’attenzione nei confronti dell’immigrata Svitlana. La Liguria è una terra avara, le possibilità di lavoro non sono molte, i giovani se ne vanno, arrivano ‘gli altri’, dall’Africa, dall’Europa dell’Est, fanno i lavori che nessuno vuole più fare, circondati da un’aria di diffidenza, a volte di disprezzo, spesso di malanimo. In “Un mare di silenzio” Ardelia Spinola incontrava degli algerini coinvolti in una inchiesta e, con profonda empatia e umanità, ce ne mostrava il lato nascosto, il dolore del distacco e della perdita. Qui è Svitlana a raccontarci che cosa ha lasciato dietro di sé, la fiducia nel Soviet che si è sgretolata, le menzogne e i silenzi intorno a Chernobyl, la tragedia vissuta in prima persona con la morte del fratello mandato sul posto con i soccorsi. E il dover emigrare per cercare lavoro, l’estraniamento dalla figlia che cresce lontana e dal marito. Quella che dovrebbe essere una figura secondaria acquista una sua personalità ben precisa- e ora capiamo il pericolo che corre Ardelia e tutte le sue allusioni velenose nel romanzo seguente, “Come i tulipani gialli”, che ho letto prima di questo.


    Non sono soltanto Ardelia e Rebaudengo i personaggi che ritornano come protagonisti nella serie di Cristina Rava. Non dimentichiamoci dei gatti- importantissimi. Oltre a Baciccia (il gatto di Ardelia) fa sempre la sua comparsa il gatto di turno di una qualche altra nuova conoscenza- era il Dybbuk dello zio Gabriel in “Come i tulipani gialli”, qui è una splendida gatta siberiana che di nome fa…Svetlana!


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